Il Gigante e la Bambina

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COPERTINA GIGANTE

Nel corso del mio girovagare in sella alla mia rombante amica a due ruote, tagliando in lungo ed in largo i più profondi paesaggi collinari della Basilicata, li ho visti!

Altissimi, immensi e fieri, erti sulle sommità più alte di bucolici poggi che, a seconda delle stagioni, variano i loro colori, mostrando l’ocra e l’argilla durante i freddi inverni, ricoprendosi di verde smeraldo quando le rondini aprono le porte della primavera, trasformandosi in mari color oro quando l’astro solare splende incontrastato negli azzurri cieli delle estati meridionali. Mari dorati che, solcati dal vento tipico delle alture collinari, fluttuano cullando lo sguardo dell’uomo similmente al mare quando spumeggia dondolando le barche dei pescatori.

No, non è una favola. O, meglio, non è una favola inventata, un racconto di fantasia, ma una favola reale, presente, che può capitare a tutti di vivere quando, soprattutto in moto, si gira da queste parti.

E’ proprio lì che abitano i giganti del vento, bianchissimi e instancabili. Per scorgere le loro teste lo sguardo deve arrampicarsi in alto, più in alto delle sommità sulle quali i giganti dimorano. Talmente su devono alzarsi gli occhi dell’uomo che il brillare abbacinante del sole li costringe ad arrendersi e a cercare riparo dietro la benefica ombra procurata da una caritatevole mano posata sulla fronte a simulare il saluto militare.

Soli a dominare le valli sottostanti.

Tante sono le volte che mi sono detto: “Un giorno verrò a trovarvi, a curiosare nel vostro arioso regno e a sentire il vostro respiro”.

Da pochi giorni è arrivata la stagione del risveglio ed oggi mi sembra proprio il momento giusto. “Ci vado! Oggi faccio visita ai giganti”.

Detto fatto, si va, si monta in sella e si dà inizio a questa nuova avventura.

Si sa, il Regno dei Giganti, pur essendo ben visibile anche da lontano, è in fondo a vie tortuose e nascoste, non presenti sulle mappe convenzionali. E’ protetto da un dedalo di strade sulle quali è fantastico andare con il proprio cavallo d’acciaio.

Talvolta il battistrada morde un asfalto, sbiadito dal tempo, che avanza a fatica tra territori rurali che a tratti ne reclamano l’appartenenza trasformando il nastro grigio in percorsi sterrati. E’ proprio come me l’aspettavo, oggi l’immersione nella natura è totale.

Il serpentone che percorro scivola via nei paesaggi campestri che inducono alle alture attraverso un susseguirsi di curve, a volte dolci, a volte aspre, sempre rivolte al vento che spira verso la casa dei giganti.

Il territorio è disseminato di desolate abitazioni rurali che pochi lustri or sono conoscevano certamente un aspetto più dignitoso quando la madre terra era la principale fonte di sostentamento delle famiglie che se ne prendevano cura.

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Scendo attratto da quegli abitati ora spopolati e mi soffermo a respirare quell’aria che in quel momento è solo mia e, viaggiando (senza moto) nel passato, mi ritrovo a rievocare l’immagine di un tempo in cui il capo famiglia si levava dal giaciglio notturno che era ancora buio e varcava l’uscio dell’umile dimora per andare a dare del tu a quella terra che in cambio offriva i frutti che servivano per mandare avanti la famiglia. Era il tempo in cui i bambini, rimasti a casa con la madre, vedevano rientrare il genitore dalle fatiche del lavoro rurale che era quasi buio ed il regalo per loro era ricevere la carezza di una mano increspata ed indurita dal gravoso lavoro. Quella mano, sulle loro tenere guance, era come una raspa che limava una tavoletta di burro.

Lo sterrato si alterna a tratti di asfalto che mi consentono di innestare marce che vanno oltre la seconda e che mi proiettano sempre di più verso il punto di arrivo.

Esso è lì, si intravede, ma per arrivarci c’è ancora qualche valle da scendere e risalire e qualche collina da aggirare.

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I paesaggi che incontro e che scorrono sul mio tragitto sono alterni, a volte brulli tanto da non aver permesso all’uomo di poterli dissodare, altre volte fertili ed ordinati, frutto di un sapiente lavoro che prelude ad una paziente attesa del raccolto che verrà. Sono entrambi simbolo di un territorio bellissimo che attraversare in piena libertà, quella libertà che solo l’andare in moto regala, affascina la vista e riempie l’anima.

In certi tratti l’asfalto finisce per lasciare il posto a stradine sterrate e sembra che ciò succeda per rispetto, per riguardo verso la natura, come se un accorto homo sapiens abbia voluto ossequiarla evitando di macchiare, con il grigio del bitume, il colore dei boschi spontanei e delle terre abilmente coltivate.

Forse non è andata proprio così ma mi piace pensarlo.

Anche per questo oggi non c’è velocità, non ci sono pieghe al limite, non si incrociano altri fratelli in moto da salutare alzando l’indice e il medio divaricati della mano sinistra, oggi c’è la libertà, c’è l’essenza pura dell’idea di andare in moto, c’è un mondo che appartiene solo a noi che abbiamo scelto una moto per amica.

Il percorso ora è tutto in salita, una leggera salita, tranne che per pochi metri ove, più ripido, sembra davvero impaziente di arrivare lassù dove abitano i giganti.

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Sto per giungere in cima al colle più alto.

Sulla sommità  si apre una piccola radura brecciata, bianca, molto bianca, dove, ad intervalli regolari, si proietta un fascio di ombra scura e si ode l’aria che si muove come fosse un respiro.

Il fascio d’ombra ed il respiro sono una cosa sola, quando c’è l’una c’è l’altro, se uno non c’è l’altra neppure.

Potrei anche fare a meno di alzare lo sguardo, lo percepisco, ci sono, sono nel regno dei giganti, anzi sono ai piedi del più alto tra tutti!

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E’ lì, guardiano dell’intera valle abitata dai suoi simili.

Sembra quasi che dia loro il ritmo, la precisa cadenza che serve per raccogliere al meglio il vento che, sempre sveglio, popola questi cieli infiniti.

Lavora infaticabile, il gigante tra i giganti, dando esempio ai suoi fratelli che, altrettanto instancabilmente, lo imitano roteando le braccia mentre il cielo che è sopra raccoglie i loro respiri e la terra che è sotto raccoglie le loro ombre.

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Bene, è ora il tempo di fissare il ricordo di questo incontro ed allora, col suo respiro nelle orecchie, avvicino ai piedi del colosso la mia cavalcatura e, chiedendo ad entrambi di non muoversi e di sfoderare il loro migliore sorriso, finalmente scatto il click che immortala il Gigante e la Bambina.

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Per rientrare scelgo un percorso che, per bellezza dei luoghi attraversati, non delude, passando attraverso piccoli villaggi rurali ove, al mio rombante passaggio, la gente, in particolare i bambini, mette la testa fuori dalle case ed accenna un gesto di saluto. Si tratta di poche abitazioni, una chiesa ed una villetta (piazzetta) dove la vita scorre tra lavoro e semplicità delle persone e delle azioni. Si percepisce che ogni spazio del piccolo abitato è uno spazio comune, senza linee di confine tra la vita di una famiglia e quella di un’altra. Piccoli particolari che mi colpiscono come quello di vedere che, tra i muri di una casa e l’altra, sono tesi i fili per stendere i panni lavati ad asciugare, indifferentemente se siano della massaia della casa di destra o di sinistra, non dando importanza se una delle due massaie va oltre la metà del filo che in teoria apparterrebbe alla sua proprietà.

Il protocollo consiglia di attraversare questi luoghi facendo girare le ruote talmente piano da poterne distinguere i raggi ed alzando la visiera dell’elmo, pardon del casco, per godere appieno di quella magica atmosfera.

Chi sono io per non rispettare il protocollo?

Infatti lo rispetto e meno male! Il passo d’uomo e la visiera del casco alzata fan si che, attraversando una delle scene descritte, il mio olfatto, privo di barriere, catturi l’odore di un forno che cuoce chissà quale prelibatezza. Un odore che mi prende come il canto delle sirene prese Ulisse. Ma per fortuna io non sono Ulisse, non sono legato, e posso fermarmi per sniffare l’aria goduriosamente impregnata.

Il profumino proviene da una casetta a fianco alla quale c’è una delle suddette massaie intenta a posare i panni lavati su uno di quei fili tesi tra le costruzioni.

Arresto l’andatura e, col linguaggio inequivocabile dei gesti, faccio capire alla donna quanto sublime sia la fragranza che arrivava da casa sua fino alle mie narici. Sempre con la stessa lingua le faccio i complimenti per le sue doti da cuoca.

A volte è proprio vero che non servono le parole. La massaia, ben conscia del fatto che un gesto sarebbe stato molto più eloquente di tante spiegazioni, mi fa segno, come farebbe un vigile urbano per fermare un veicolo allo stop, di aspettare un attimo prima di ripartire. Passa davvero qualche brevissimo minuto ed eccola venir fuori dall’uscio con del pane, ancora fumante, appena tirato fuori dal forno, adagiato su un canovaccio pulito portato sulle mani protese verso di me in segno di condivisione. Non ancora soddisfatta, preleva da un cestino in vimini, presente per terra vicino all’entrata della dimora, dei pomodori, rossi come le guance di un neonato che ha appena finito di ciucciare il suo latte, e me li porge.

Fantastico! Ringrazio, un po’ imbarazzato, avrei voluto abbracciarla ma lei, troppo indaffarata, ritorna lesta verso i panni bagnati rimasti nella cesta del bucato.

Sono abiti da lavoro ed ogni giorno sono ripetutamente puliti e freschi perché, anche se chi li indossa lavorerà la terra e li ridurrà di nuovo come prima, devono essere sempre degni dell’uomo che al mattino li indosserà per recarsi a dissodare i campi.

Mi rimetto in sella ma giusto per spostare di là la moto e trovare un “comodissimo” muretto che sarà il mio tavolo prenotato al ristorante stellato della zona. Quel pranzo ha il vero sapore dell’ospitalità e, idealmente, lo condivido col padrone di casa che lo consumerà di li a poco, rientrando dal lavoro campestre.

MURETTO

5 stelle, un pranzo a 5 stelle non segnalato sulla guida Michelin.

Non solo borghi rurali, animano il tragitto che percorro, ma anche curve immerse in boschi di fitta vegetazione che è un piacere scorrere con le ruote mosse ora dalla quarta, ora dalla terza ed a volte, in tornanti verdeggianti, dalla seconda con il motore che sale di giri e suona musica per le mie orecchie.

Davvero straordinario!

Non tanto per dire, ma solo con la moto si può “incappare” in tanta meraviglia. Immaginate se fossi passato di lì con l’auto, nel mio confortevole guscio di lamiere e vetri, probabilmente non avrei mai potuto annusare l’odore del pane appena cotto, figuriamoci poi se la signora si sarebbe mai avvicinata a offrirmi parte del pranzo della sua famiglia. Mi sarei perso tutto questo!

Torno a casa nel tardo pomeriggio, mia moglie mi chiede se voglio mangiare qualcosa, se ho fame. “No grazie, sono sazio, ho già mangiato”. “Cosa”? “Pane, pomodoro e…. felicità”.

Se volete, il gigante ed i suoi sudditi li trovate nel parco eolico che si trova, nella provincia di Matera, tra Borgo Venusio ed il borgo rurale di Picciano “A”. Per arrivarci, partendo dalla statale 96, nel tratto tra Altamura e Gravina in Puglia, ho condotto un itinerario che ho creato autonomamente, navigando su Google Earth, e che ho trasformato in una traccia che ho seguito utilizzando un apparecchio GPS (si puo utilizzare un navigatore tipo Garmin o telefonino con l’app Oruxmaps – scaricabile da internet). Per rientrare sono passato attraverso il borgo di Picciano “B”. Una volta lì, per rientrare alla base, come sempre, ho scelto di andare sulla strada meno diretta.

Durante il giro sono andato su un percorso composto da strade secondarie, parzialmente in off road (50% circa). Per queste ultime è necessario avere un po’ di dimestichezza con la guida della endurona in fuori strada.

E’ molto bello e suggestivo anche se non è fatto per gli amanti della velocità.

Se volete potete liberamente contattarmi e vi invierò il link del tracciato.

Buona moto a tutti.

Il giorno della Regina

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disegno 4Sole, aria leggera e pulita, temperatura primaverile.

Così mi saluta questa fantastica mattina anche se siamo appena entrati nella stagione delle foglie che cadono.

In un giorno così, uno scrittore si sarebbe beato nella descrizione aulica di questa splendida giornata; un artista dei colori avrebbe pennellato sulla sua tela un paesaggio da sogno; un amante della natura avrebbe goduto dei tiepidi raggi autunnali, dell’odore dell’erba ai bordi dei sentieri ed avrebbe portato i suoi passi su una stradina fuori mano per salire verso l’azzurro terso di questo cielo meraviglioso.

Io, pur amando la letteratura, non sono uno scrittore; non sono neanche Monet, tuttavia mi incanto davanti alle sue opere. Inoltre, adoro la natura e lo starci dentro con tutti i sensi. Ma, essendo un adepto della setta dei cavalieri con caschi, stivali e guanti, per me la descrizione di questa stupenda domenica di inizio ottobre si riassume in sole quattro magiche parole:

Una giornata da moto”.

Allora, mentre il letterato guarda il cielo con sguardo sognante, mentre il pittore mescola i colori sulla tavolozza ed il naturista indossa gli scarponcini per incamminarsi verso verdi sentieri, io ho già sulla pelle la divisa dei cavalieri del nostro ordine e sono già in sella alla mia cavalcatura d’acciaio, con il polso destro pronto a ruotare l’acceleratore e l’indice e il medio della mano sinistra pronti a rilasciare la frizione per partire.

Accade però quello che non mi aspetto. “Che ne pensi se, con questa splendida giornata, ti facessi compagnia? Un giro breve, però, sai che non mi va di stare troppo in sella. Magari andiamo in un posto all’aperto, ad ammirare un bel panorama”.

E’ lei, mia moglie che, ahimè, non va pazza per la moto. Certo, ogni tanto, sono talmente persuasivo da convincerla a farsi un giro, anche un piccolo tour, se le previsioni meteo sono eccezionali ma, di sua sponte, udirla di unirsi all’uscita è davvero un evento memorabile.

Non le concedo nemmeno il tempo di realizzare quanto appena detto e, prima che ci possa ripensare, quasi la prendo in braccio per farla montare su. Perfetto, accesi gli interfono ai caschi, si va, con dolcezza….

Oggi si tiene la “manetta” sotto controllo, non si “stacca” al limite e, soprattutto, si “piega” giusto il necessario. Bisogna dosare tutti questi ingredienti come nelle ricette di cucina: Q.B. (quanto basta).

Inizio facile, strada a 4 corsie, così la “zavorrina” parte rilassata (per i non addetti: zavorrina non è un dispregiativo, anzi è l’amorevole vezzeggiativo utilizzato quando il passeggero è la tua compagna).

Grazie amore” – penso (ma mi guardo bene dal dirglielo). Andare su una doppia corsia a nemmeno 100 all’ora, mi dà proprio il senso della passeggiata, dona una ritrovata tranquillità che la vita frenetica di ogni giorno spesso toglie. Il vento è leggero e non ho bisogno neppure di inclinare il busto in avanti per fendere meglio l’aria, l’andatura è da crociera.

Ma che siamo mica sulla Love Boat?

Si sa, tutte le strade portano a Roma; allora, facendo finta di niente, fischiettando dentro il casco per simulare una certa indifferenza (lei mi sente con l’interfono), casualmente imbocco la via più lunga ed un po’ più tortuosa. E, come per incanto, la strada si restringe perdendosi dietro la prima collina per poi riapparire aldilà dopo aver curvato tre o quattro volte. E così, una collina dietro l’altra, senza tornanti (a lei non piacciono molto) ma con dolci curve che si agganciano a dossi e cunette, faccio scorrere la moto con “pieghe” altrettanto dolci e sinuose. Lo ammetto, qualcuna (di piega) l’ho fatta avvicinando troppo le ginocchia alla pista, pardon all’asfalto. L’ho capito dalle sue mani che sono passate dai maniglioni ai miei fianchi e, curva dopo curva, sempre di più, intorno al mio giro vita e sempre più strette. Nell’interfono però non ho sentito nulla, nessun rimprovero! Solo un abbraccio, diciamo più affettuoso, ed il suo petto appiccicato alla mia schiena.

Le donne sono meravigliose perché riescono ad amare chiunque. Forse perché sono anche madri. Guardate la mia, ora, in questo momento, nonostante un pizzico di adrenalina in eccesso (chiamiamola pure fifa), riesce ad amarmi come uomo e ad amare il bambino che è in me che si diverte su questo luna park fatto di colline ed asfalto.

Grazie amore” – penso nuovamente.

Si, siamo proprio sulla Love Boat.

Dopo aver attraversato un suggestivo ponte…

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e sporcato il battistrada con un breve ed innocuo sterrato, fermo l’anteriore sul ciglio di una gravina (un canyon di casa nostra) e, porgendo la mano ancora guantata alla mia Regina, la aiuto a scendere dalla carrozza, ehm dalla moto, e la invito a godersi lo spettacolo che è in scena dall’altra parte.

Le regine, si sa, non devono ottenere permessi da nessuno e, giusto l’attimo per far si che la cavalcatura si regga in piedi da sola, la perdo di vista. E’ già oltre, eccola ora incantata, quasi in mistica contemplazione, sul bordo del dirupo, a fare suo con gli occhi tutto lo spettacolo che la vista adesso le offre.

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Si è lasciata alle spalle tutto il mondo (anche le curve un po’ troppo piegate) ed è rimasta lì, per diversi minuti, ad appagare i propri sensi come una regina farebbe volgendo lo sguardo verso i confini del suo regno.

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L’insieme che si apre in fondo all’orizzonte, tra la vastità del creato celeste e l’ospitalità del creato terreno è un perfetto abbraccio che vede protagonisti la natura e l’uomo. Si, perché, senza l’opera dell’uomo, che ha saputo ergere un abitato così armonico, l’altra sponda della gravina forse sarebbe rimasta solo una rupe deserta e desolata mentre, senza un paesaggio così meraviglioso, probabilmente quelle case sarebbero apparse come un presepe senza anima.

E’ straordinario quando si ha la fortuna di trovarsi di fronte ad un così magistrale sodalizio tra l’opera della natura e l’opera dell’uomo, dove l’una non prevale sull’altra ma sono una elemento dell’altra e viceversa.

Dovrebbe accadere più spesso! Avremmo un mondo migliore e più bello e potremmo andare fieri dell’eredità da lasciare ai nostri figli.

Ne è valsa veramente la pena. Anche se il giro è stato breve, e non proprio una giostra motociclistica, è stato comunque fantastico.

Allora… se la favola della mia regina ha stimolato la vostra curiosità e volete portarci la vostra (di regina), fatelo quando c’è una bella giornata, ne vale la pena.

Con mia moglie, partendo da Altamura (BA) siamo andati al Belvedere di Murgia Timone, vicino Matera, capitale europea della cultura 2019. Questo suggestivo luogo è una platea privilegiata per ammirare la Città dei Sassi nel suo splendido skyline.

Vi sono anche delle splendide cavità rupestri raggiungibili con pochi passi a piedi dal punto in cui poserete le ruote della vostra cavalcatura.

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Poi, obbligatoriamente, salvo che non vogliate perdervi qualcosa di veramente unico e inimitabile, non potete esimervi dal visitare il cuore della città, la sua parte più antica, i Sassi, Patrimonio Mondiale dell’Umanità dal 1993.

http://www.isassidimatera.com/storia/

Noi per arrivarci abbiamo calcato un percorso non convenzionale, che, se volete, potete scaricare con il link sottostante:

https://www.google.it/maps/dir/Altamura,+BA/40.6591255,16.5153564/Belvedere+di+Murgia+Timone+(Belvedere+su+Matera+e+Sassi),+Contrada+Murgia+Timone,+Matera,+MT/@40.7216058,16.5983133,12z/data=!4m25!4m24!1m10!1m1!1s0x13478771c52dacf7:0xe3d01f224e66b74b!2m2!1d16.5527874!2d40.8253924!3m4!1m2!1d16.5484981!2d40.7296817!3s0x1347800fbab29753:0x812fe92b3a630943!1m5!3m4!1m2!1d16.5855642!2d40.680101!3s0x13477f06f91c9773:0x18fe5b5c360c2cd3!1m5!1m1!1s0x13477ed9c2dd0fe7:0x4de25d7fb662c1d2!2m2!1d16.6177654!2d40.6638182!3e0?hl=it

Ghost Town

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Già sentirne parlare ti affascina.

Una città fantasma (il titolo del post è in inglese perché fa più riders, oh yeah), evoca luoghi dove il tempo si è fermato, dove il futuro non esiste, dove l’ultimo atto del presente vissuto è intrappolato per sempre in un fermo immagine che non vedrà mai più nascere un bambino o un vecchio morire.

“Esistono davvero”? Mi chiede mio figlio (stesso mio DNA: pignone, catena e corona). Ma la domanda è tendenziosa visto che me la pone già bardato per montare in sella col casco sotto il braccio. Non me lo faccio ripetere due volte. “Ci andiamo”?

La domanda non è ancora del tutto formulata che siamo già sulle nostre cavalcature pronti per la conquista di uno di questi magici luoghi.

La nostra Stella brilla in un cielo terso e vasto. Vasto come vasta è l’anima dei paesaggi che attraversiamo, laddove le colline, rivestite da un manto verdeggiante, accolgono la strada che, sinuosa, scorre seguendo un percorso che sembra volerle abbracciare tutte.

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L’andatura non è spinta, non deve esserlo, per permettere che i colori di questa splendida tela passino attraverso la visiera senza che una sola immagine vada persa. Non deve essere spinta perché il rombo dei nostri motori deve entrare in punta di piedi, senza disturbare troppo.

Perché il nastro di asfalto grigio sbiadito che parte dalla valle sottostante e, una curva dopo l’altra, ci porta su, risente anch’esso del tempo che è passato.

Questa è la magia! Sapere di essere seduti su un mucchio di cavalli scalpitanti e capire che è il momento di mandarli al trotto e non di spronarli al galoppo.

Andando su, con “pieghe” dolci che hanno quasi il sapore delle carezze, dopo aver aggirato con un nuovo tornante l’ultima collina, ecco che si svela alla vista la nostra ambita meta.

Non mette paura, anzi. Sembra addirittura che la prima casa, quella più bassa davanti a tutte le altre, ci sorrida.

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Incredibile! Il gioco di luci ed ombre creato dalle pennellate del Dio Elio dona al rudere incantato un viso gioviale che pare un invito ad avvicinarci.

Traversiamo dunque gli ultimi metri che da esso ci separano e, alzando i caschi all’insù, ci avvediamo che la nostra Stella non si è mossa, è sempre lì a mostrarci il cammino.

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Senza esitazione poggiamo il battistrada ai piedi dell’erta che induce verso le dimore…

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…anche se  il rombo delle nostre compagne di viaggio è per noi un canto d’usignolo, capiamo che è giunto il momento di spegnere i motori per  ascoltare il suono più soave che il nostro udito possa percepire: il silenzio. Già il silenzio, il principe incontrastato di questo regno fatato, dove chi se n’è allontanato ha lasciato alle proprie spalle case vuote con porte e finestre spalancate, trasferendo probabilmente lontano da qui solo i propri corpi e non le proprie anime ed i propri ricordi che sono rimasti liberi di entrare ed uscire da queste abitazioni spopolate.

Il percorso, ahinoi, esclusivamente pedonale è affascinante e pazzesco e, se compiuto con la guida di persone conoscitrici della storia di quel borgo solitario, diventa anche istruttivo. Ma, al riguardo, non vogliamo rivelare altro lasciando dentro chi legge una curiosità tale da spingerlo sin qui a sognare.

Quando ci risvegliamo dall’ipnosi, le lancette dell’orologio ci suggeriscono che è il momento di rientrare alla base, quindi giriamo intorno allo sperone calcareo semi franato e, prima di puntare l’anteriore in discesa, ci voltiamo per vedere se è ancora lì. Non si è mossa la ghost town, afferrata con le unghie ad un pugno di terra tufacea.

SPETTRACOLARE!

No, non è un errore di battitura, volutamente scritto così, per sintetizzare quanto un luogo tanto spettrale sia altrettanto spettacolare.

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Chi esce con la moto a volte lo fa senza avere un punto dove arrivare, altre volte invece si. Oggi, per noi, è stato davvero fiabesco approdare in questa terra.

Guidare sulla strada per giungervi è stata un’immersione nella natura ed ogni “piega” fatta per passare aldilà dell’ennesimo tornante ci ha letteralmente avvicinato ad una terra verdissima che odorava di storia e di grano appena nato.

In discesa l’orizzonte si è aperto su un nuovo pianeta che, nel percorso di andata, in salita, era alle nostre spalle celato al nostro sguardo…

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…sono i calanchi. Ma ve li racconterò un’altra volta quando vi narrerò di questi “Paesaggi dell’anima”, come li definì lo scrittore Carlo Levi. Paesaggi attraverso i quali ho avuto il privilegio di cavalcare con il mio destriero d’acciaio.

Per oggi va bene così, un’altra storia vissuta, fatta di strade, di pensieri e di moto…

Con mio figlio, partendo da Altamura, nel Parco dell’Alta Murgia Barese, abbiamo condotto  le nostre moto (oppure sono loro che hanno condotto noi?) fino a Craco, in provincia di Matera, percorrendo strade di solito scartate dagli automobilisti, quelle secondarie che ogni motociclista sa riconoscere sulla cartina già dalla prima occhiata.

Alla prossima……

(…se volete, ecco il link del nostro percorso ma, da qualunque punto si parta, siamo convinti che la strada più bella sia sempre quella che ognuno disegna prima con la propria immaginazione…)

https://www.google.it/maps/dir/Altamura,+BA/Craco,+MT/@40.5907943,16.1324149,10z/am=t/data=!3m1!4b1!4m15!4m14!1m5!1m1!1s0x13478771c52dacf7:0xe3d01f224e66b74b!2m2!1d16.5527874!2d40.8253924!1m5!1m1!1s0x1338a22afd500aef:0x58b36f46294f886d!2m2!1d16.4401613!2d40.3779984!3e0!5i1?hl=it

Cavalcare verso l’infinito

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L’importante, a volte, non è conoscere dove sei, non è capire dove andrai, ma esserci, essere lì e godere di quello che hai sotto le ruote e di quello che hai sopra il casco, oltre la visiera. Certi giorni si parte così, senza una meta precisa, ci si lascia guidare da quello che scorge lo sguardo, dagli odori che percepisce … Continua a leggere